Bilancio Sociale: perché farlo anche senza obbligo

Il Bilancio Sociale è spesso vissuto come un adempimento, qualcosa che si deve fare perché lo impone la legge. Ridurlo a un obbligo, però, significa perderne il valore più grande.

Infatti, per molti Enti, pur non essendo obbligatorio resta uno degli strumenti più utili di cui un’organizzazione possa dotarsi.

Quando il Bilancio Sociale è obbligatorio

La legge prevede l’obbligo del Bilancio Sociale sia per le imprese sociali, le cooperative sociali e i centri di servizio per il volontariato, sia per tutti gli Enti del Terzo Settore con ricavi, rendite, proventi o entrate superiori a un milione di euro. Per questi soggetti il documento va depositato ogni anno presso il Registro Unico Nazionale del Terzo Settore entro il 30 giugno, e pubblicato sul proprio sito.

La maggior parte dei piccoli Enti, quindi, non rientra nell’obbligo. Ed è proprio qui che nasce la domanda più interessante, poiché se non siamo obbligati, perché dovremmo farlo?

Oltre l'obbligo, a cosa serve davvero

Il Bilancio Sociale è uno strumento di rendicontazione, di gestione e di comunicazione. Aiuta l’Ente a capire cosa sta facendo e con quali risultati, poiché costringe a misurare, a raccogliere dati, a leggere il proprio operato con sguardo critico. In altre parole, serve prima di tutto a chi lo scrive, perché restituisce consapevolezza.

Le due parole che meglio descrivono questo processo sono efficacia e consapevolezza.

Con la valutazione dei risultati si misura ciò che si è generato, e dati alla mano si comprende l’impatto prodotto sul territorio. Con il Bilancio Sociale, poi, quel lavoro diventa racconto, cioè si trasforma in un documento che comunica all’esterno l’affidabilità dell’organizzazione, ciò che in inglese si chiama accountability.

Questa affidabilità non è un dettaglio formale, perché apre a opportunità concrete.

Un Ente che rendiconta bene i propri risultati si presenta più solido quando cerca fondi, quando partecipa a un bando, quando dialoga con un’amministrazione pubblica o con un potenziale partner. Il Bilancio Sociale diventa così un biglietto da visita credibile, poiché dimostra con i fatti, e non solo con le intenzioni, il valore di ciò che l’organizzazione fa.

Il valore della continuità

C’è un aspetto del Bilancio Sociale che si coglie solo guardandolo nel tempo.

Un singolo documento fotografa un anno, mentre una serie di bilanci racconta un percorso. Quando la rendicontazione si ripete con lo stesso metodo, anno dopo anno, i dati diventano confrontabili, e l’Ente può finalmente vedere come il proprio impatto cresce, cambia, si consolida.

Questo è il motivo per cui conviene pensare alla rendicontazione come a un percorso continuativo, e non come a un lavoro che riparte da zero ogni volta.

Il primo anno è quello che richiede più impegno, poiché si costruisce l’impianto valutativo, si mappano gli stakeholder, si definiscono gli indicatori.

Negli anni successivi quell’impianto resta, e il lavoro si concentra sull’aggiornamento dei dati e sul racconto del nuovo anno. Quindi il processo diventa più semplice, meno costoso, e soprattutto più ricco, perché ogni edizione si appoggia su quelle precedenti.

Una scelta di consapevolezza

Fare il Bilancio Sociale quando non si è obbligati è, in fondo, una scelta di maturità organizzativa.

Significa decidere di guardarsi dentro con onestà, di misurare ciò che si fa, di rendere conto del proprio operato a chi sostiene l’organizzazione e a chi ne beneficia. Non è un obbligo che si subisce e basta, ma è uno strumento che si sceglie poiché si crede nel valore della trasparenza e si vuole costruire fiducia attorno al proprio lavoro.

Se la tua organizzazione vuole iniziare questo percorso, o renderlo più solido, posso accompagnarti dalla valutazione dei risultati fino alla redazione del Bilancio Sociale.

Trovi tutti i dettagli nella pagina dedicata alla rendicontazione sociale.

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