Un camminatore alla mia porta

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Grand Colombier

Il Grand Colombier, da dove sosto abitualmente qui in Savoia, appare tondo e modesto. Circondato a media distanza da montagne dai volumi che mi paiono più sostanziosi, non svetta altero incupendo le valli circostanti, e sembra per nulla diverso da altri rilievi che ho già arrampicato con il mio vecchio camper. Un monte, insomma, che ho sottovalutato.

Si tratta di un massiccio di 1534 metri d’altezza alla cui vetta è possibile giungere tramite quattro strade: quelle del lato Ovest – e lo scrivo sentendo ancora lo stomaco contrarsi dalla paura di essermi cacciata in un guaio – hanno pendenze di 19 e 14 gradi, e non sono le più ripide.

Lungo il versante Est del Gran Colombier, invece, si inerpica la strada che fa di questa montagna una delle tappe più difficili del Tour de France, ma io ancora lo ignoravo.

Anche la mia personale conquista motorizzata del monte non è stata facile.

Mentre il camper arrancava in salita, la seconda marcia non ne voleva sapere di funzionare (entrava, ma non andava) e il ricorso alla prima ha surriscaldato il motore sebbene la temperatura esterna fosse intorno ai 10 gradi. La sosta obbligata, e in rigorosa pendenza, in attesa che il cuore di ferro si raffreddasse è durata circa 45 minuti. Minuti durante i quali, nonostante la marcia inserita e il freno a mano tirato, ho avuto timore di camminare lungo la mia casa su ruote, perchè i rumori che provenivano dal pianale non erano affatto rassicuranti.

Ho quindi atteso con rispettosa immobilità standomene seduta davanti e solo una volta conquistata la cima mi sono sentita in pace.

Dalla vetta del Grand Colombier è possibile ammirare a Est la catena del Monte Bianco, innevata in questo inizio di maggio, e seguire i profili delle Alpi fino al Lago Lemano e la svizzera Ginevra. Il Rodano fluttua implacabile tra l’osservatore e le cime alpine, e se si segue il suo corso si arriva al Lago di Bourget, una massa d’acqua che appare considerevole nonostante la sua lontananza. Nelle altre direzioni, invece, lo sguardo si quieta e si allarga percorrendo boschi, alpeggi e pascoli da cui provengono i cinguettii degli uccelli che volano a più basse quote. Da quassù, la prima sera, il tramonto si diluisce tra le nubi.

Toc toc

La mattina del giorno seguente la pioggia inizia a cadere lieve ma inesorabile dalle sei.
Non prevista, da me che guardo raramente il meteo e quasi sempre quando è troppo tardi, è un altro elemento che mi fa temere per la discesa. “Funzionerà la seconda? Potrò usare il freno motore?” sono i primi pensieri del mattino. Apro la porta e faccio uscire Zora. Mi aspettavo nugoli di motociclisti e ciclisti, ma ci sono solo due vetture, e qualche gruppetto di camminatori.

Verso le nove qualcuno bussa alla mia porta: è uno di quei camminatori e chiede dell’acqua calda. Io sono ancora intontita dal sonno e il passaggio alla lingua francese è poco oliato, ma rispondo che oui bien sûr, e metto il pentolino sul fuoco. Lo invito a salire.

Mentre si scusa per la poca terra che sta lasciando sul pavimento, forse non si accorge del mio imbarazzo a farlo accomodare tra una cassetta di verdure dell’orto dei vicini, una felpa sporca, e una tavola imbandita di oggetti disparati tra cui del liquido per pulire i contatti, una casseruola sporca con un avanzo di lenticchie, un libro, un guinzaglio avvolgibile e gusci di noce.

Rispettosamente non si guarda tanto intorno ed estrae dallo zaino la sua tazza. Solo con la confidenza della conversazione arrivata poi al termine si permetterà di osservare apertamente casa mia e apprezzare lo spirito che emana (“è così casa che ci vedrei bene un pergolato di vite!”).

Ha occhi turchesi, vivaci, macchie di barba bianca e corta sparse sul volto magro, e una maniera di gesticolare e di occupare il mio spazio intimo che mi appare attenta e delicata, volta a entrare in relazione con me tanto quanto a ripartire alla svelta ad un mio segnale di inopportunità.

Avvio la conversazione mentre lui è intento a riscaldarsi con il té.

Gli racconto dei lavori che faccio, della mia vita nomade, condivido le riflessioni sui nostri due Paesi che l’esperienza mi ha portato a elaborare. Gli parlo di Siamo Stormi e di aree interne, perchè è un tema a me caro, cito la cosiddetta “diagonale del vuoto” francese, poi descrivo il mio amore per la Corsica e l’interesse per le sue contraddizioni, condivido quello che so sul suo peculiare indipendentismo, poi parliamo un po’ di cani. 

Deve essergli piaciuto il tepore, il riparo dalla pioggia, il tè, e forse anche le mie chiacchiere, perchè decide di fermarsi, e di raccontarmi un po’ di sè.

Cammina molto. Anche per mesi e mesi, lui e il suo zaino.

Che è in pensione lo dice con una alzata di spalle, come a dirmi “se non ne approfitto adesso!” Che ha 66 anni lo rivelerà solo alla fine, ma non è importante.

È partito intorno al 20 di aprile dal dipartimento della Jura ed è diretto verso casa, non ricordo più dove. Gli inverni che trascorre fermo, fermo non sta. Ad esempio, canta come volontario presso una struttura che offre cure palliative. Non mi dice subito la sua professione, e mi parla invece delle figlie, citando quella che conserva un ricordo amorevole della città di Torino, dove visse anni fa.

Mi fa alcune domande, poi risponde ricordando alcuni avvvenimenti della sua vita. Il piccolo incidente che ha fatto la prima volta che ha guidato un camper. Il viaggio in India nel ‘68 iniziato in autostop dalla Francia e proseguito fino a Istanbul e poi Atene, dove ha preso un aereo perchè l’ayatollah Khomeini aveva chiuso l’Iran dentro alle sue frontiere, impedendo via terra il passaggio verso Est a lui e ai molti giovani francesi che in quel periodo si confrontavano con quella lunga avventura on the road. Mi chiede se so cos’è stato il ‘68. Gli rispondo di sì, gli dico che quell’anno durante l’occupazione dell’Università di Bologna ci fu un’assemblea alla quale partecipò pure Sartre, e che noi abbiamo avuto anche il ‘77.

Mi lascia parlare di riforme sociali, attentati fascisti e sinistra eversiva, manifesta curiosità e io cado nell’ingenuità di credere di raccontargli cose che non sa. Mi cita invece le Brigate Rosse, dice di conoscere una persona italiana che ne faceva parte e che ha vissuto in Francia trent’anni grazie alla protezione voluta da Mitterand. Poi mi dice di aver lavorato tutta la vita per delle associazioni. Dieci anni occupandosi di tiro con l’arco, dieci anni con persone dipendenti dall’alcol e dieci anni come clown negli ospedali. 

Il nostro confronto non è stato apertamente politico, ma lo è stato intrinsecamente. Solo verso la fine della seconda tazza di tè si è lasciato a considerazioni che riguardano la paura di ritrovarsi l’estrema destra al governo alle prossime elezioni, e ad apprezzamenti verso lo spagnolo Sanchez. E, dice, qui in Francia la sinistra non è unita e non si mette mai d’accordo. Sapessi da noi!, ho risposto.

Mentre lui mangia un non so che da una scatoletta di latta, gli preparo un sacchettino con delle fave di cacao, e un piccolo biglietto con scritto “Acteur: Gian Maria Volonté”.

Quando la pioggia smette di scendere, e la conversazione trova naturalmente la sua conclusione, mi chiede se per caso ho una sigaretta e, una volta sceso dal camper, a 1501 metri s.l.m. e poco prima di imboccare il ripido sentiero verso la vetta, se la fuma.

Infine mi dice il suo nome, mi ringrazia e volgendo le spalle non si gira più.

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