Raccogliere voci con le interviste / parte 1

Raccogliere le voci dei territori attraverso le interviste è un’operazione metodologicamente complessa, che richiede competenze di ascolto, consapevolezza del contesto e una forte attenzione alle dinamiche relazionali che si attivano tra chi pone le domande e chi le riceve.

Premetto che parlare di “territori”, così come di “comunità”, è un’astrazione che non rende giustizia alla complessità di questi concetti. Qui mi concedo di sorvolare perché voglio trattare in maniera più esaustiva il tema dell’intervista, ma non mancherò di approfondire questi temi nei prossimi articoli.

Nel mio lavoro di ricerca qualitativa ho imparato che l’intervista non è mai un semplice strumento di raccolta dati, ma è un dispositivo relazionale e simbolico, in cui si incontrano aspettative, posizionamenti, linguaggi e sistemi di significato differenti.

Quando lavoriamo nei territori, soprattutto in contesti rurali o interni, l’intervista diventa uno spazio delicato, in cui il rischio di semplificazione, distorsione o peggio ancora strumentalizzazione inconsapevole è sempre presente e va affrontato con metodo e responsabilità.

Dal punto di vista semiotico, ogni intervista è un atto situato di produzione di senso, influenzato dal contesto fisico, sociale e culturale in cui avviene. 

Dal punto di vista psicologico è una relazione asimmetrica che può generare emozioni e attitudini diverse (ad esempio: resistenza, reticenza, perplessità, ma anche fiducia e sollievo).

Per questo motivo, raccogliere testimonianze non significa semplicemente “dare voce”: questa è un’espressione che trovo ammiccante e fuorviante perché sottintende un carattere di subalternità nel rapporto tra chi fa le domande e chi risponde.

Intervistare significa piuttosto creare le condizioni affinché una voce possa articolarsi secondo le proprie logiche, nei propri tempi e nei propri registri espressivi.

Le diverse tipologie di intervista.

La scelta della tipologia di intervista non è mai neutra e dipende dagli obiettivi della ricerca, dal grado di esplorazione desiderato e dalla relazione che si intende costruire con le persone coinvolte.

Le interviste strutturate, basate su una sequenza rigida di domande predefinite, sono utili quando si vogliono confrontare risposte su uno stesso set di variabili, ma possono risultare limitanti su certi campioni e in certi contesti, dove la complessità delle esperienze difficilmente si lascia incasellare in risposte brevi e standardizzate.

Le interviste semi-strutturate rappresentano, nella mia esperienza, lo strumento più efficace per lavorare con piccole comunità e territori perché partono da una traccia di domande predefinite e aprono alla possibilità di recepire altre risposte, così da approfondire e seguire le traiettorie narrative dell’intervistato/a. Questo formato consente di mantenere una coerenza metodologica senza sacrificare la ricchezza dei racconti, lasciando spazio a ciò che emerge spontaneamente.

Le interviste non strutturate, o narrative, sono particolarmente adatte quando l’obiettivo è comprendere vissuti, memorie e rappresentazioni simboliche, ma richiedono un alto livello di competenza da parte di chi intervista, perché l’assenza totale di domande predefinite espone al rischio di dispersione o di sovrainterpretazione. Nell’ambito di una ricerca su un piccolo territorio, questo tipo di intervista può essere molto potente se inserito in un percorso di ricerca più ampio e accompagnato da un’attenta fase di analisi.

Come preparare domande efficaci.

La preparazione delle domande è uno dei momenti più delicati del processo di intervista, perché le domande non sono mai semplici richieste di informazione, ma sono atti linguistici che orientano il discorso, delimitano il campo del dicibile e influenzano la forma stessa della risposta.

Dal punto di vista semiotico, una buona domanda è una domanda aperta, capace di attivare narrazioni piuttosto che elenchi, processi piuttosto che giudizi.

Inoltre, una buona domanda è fatta in un linguaggio comprensibile, semplice.

L’ego dell’intervistatore non deve trovare spazio: il momento dell’intervista non è uno show per attestare la propria competenza. L’interesse sincero predispone al dialogo e attesta la disposizione all’ascolto molto più di un’autoproclamata lunga esperienza nel campo della ricerca.

Tradotto: se vuoi fare una buona intervista, parla la lingua del tuo interlocutore e ascolta.

Nella mia pratica lavoro spesso su domande che partono dall’esperienza concreta, perché chiedere “come hai vissuto questo cambiamento?” produce risposte molto diverse dal chiedere “cosa pensi di questo progetto?”.

È altrettanto importante evitare domande suggestive che contengono già una risposta implicita, e preferire formulazioni che lasciano all’intervistato/a la possibilità di definire ciò che è rilevante per lui o lei.

Dal punto di vista psicologico, la sequenza delle domande ha un impatto significativo sul clima dell’intervista, ed è utile iniziare con domande descrittive e relativamente neutre per poi avvicinarsi gradualmente a temi più personali o complessi.

Questa modalità favorisce la costruzione di fiducia e riduce il carico emotivo iniziale, soprattutto quando si lavora su esperienze potenzialmente sensibili.

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Scrivo di ascolto attivo, gestione del contesto, strumenti per l’archiviazione e raccolgo riflessioni sulle responsabilità di chi intervista.

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